“FEBBRE DA CAVALLO” E LA COMICITA’ ROMANESCA: QUANDO ROMA RIDE DI SE STESSA

locandina febbre da cavallo

Se c’è un film che racchiude l’anima comica, furba, sgangherata e irresistibile di Roma, è Febbre da cavallo. Diretto da Steno nel 1976 e diventato negli anni un cult assoluto, questo film non è solo una commedia brillante: è un vero specchio della romanità. Ma cosa rende Febbre da cavallo così profondamente romano, oltre alla location e al dialetto? La risposta sta nella tradizione comica romanesca, una corrente secolare che parte dai sonetti di Belli, passa per Petrolini, Fabrizi e Sordi, e arriva fino a Proietti e Montesano, protagonisti del film.

Scommesse e risate: la trama che non cambia mai

Tre amici – Mandrake, Pomata e Felice – vivono di espedienti e si rovinano con le scommesse ippiche. Ogni truffa finisce in disastro, ogni sogno si infrange contro la realtà. Ma invece di imparare la lezione, ci riprovano. Sempre. È una storia comica, ma anche ciclica e immobile, come certe vite ai margini, dove il tempo non cambia le cose ma le ripete.

Mandrake e Pomata: le nuove maschere della romanità

“Febbre da cavallo” non è soltanto ambientato a Roma: è Roma, ne incarna i ritmi, le espressioni, le contraddizioni. La città non è sfondo, ma co-protagonista. Il film si inserisce perfettamente nella tradizione della comicità romanesca, che ha radici profonde nel teatro popolare, nel vernacolo, nella farsa, e che si è evoluta nel tempo fino al cinema e alla televisione.

mandrake, pomata e felice fanno autostop

Roma è storicamente madre di una comicità spontanea, irriverente, beffarda, figlia della strada e dell’osservazione tagliente. Da Belli a Petrolini, da Aldo Fabrizi a Sordi, fino a Proietti e Montesano, la risata romana è sempre stata uno strumento di sopravvivenza, una reazione al caos, al potere, alla sfortuna.

  • Mandrake (Gigi Proietti) è l’erede diretto del “romano de’ Roma” teatrale: elegante nel dire, sfrontato nei modi, pieno di battute e trovate. È vicino alla figura creata da Ettore Petrolini (si pensi a Gastone o Nerone), ovvero l’egocentrico istrione, sempre sopra le righe, ma fondamentalmente un perdente affascinante. Mandrake è sempre pronto a inventare una bugia per uscire dai guai, vive nel sogno di una vincita che possa redimerlo, ma è prigioniero di un vizio che lo condanna alla ripetizione.
  • Er Pomata (Enrico Montesano) incarna un’altra costante della comicità romanesca: l’arruffone, il baro, lo scroccone geniale, che vive di espedienti. È l’evoluzione moderna del servo furbo, ma anche dello “scapicollo” romano: la sua parlantina rapida, le smorfie e il dialetto marcato lo rendono una maschera popolare irresistibile.
  • Felice (Francesco De Rosa) è la parte più tenera della romanità: quella bonaria, ingenua, che subisce e tace, ma non si lamenta. È vicino a certi personaggi di Aldo Fabrizi, dove la bontà si mescola con la rassegnazione. E’ un personaggio passivo, un gregario senza volontà, ma capace di momenti di sincerità disarmante. La sua semplicità lo rende una sorta di “Pulcinella in minore”, un simbolo della parte più mansueta del popolo, eternamente vittima e inconsapevolmente comico.

E poi c’è Gabriella, la donna concreta e moderna che rappresenta il mondo reale: quello che i tre protagonisti continuano a ignorare ma, come spesso capita, sarà quelli che li salverà dal giogo della sconfitta continua, nobilitando la loro condizione di “giocatori”

Il dialetto: cuore e motore della comicità

Il romanesco in Febbre da cavallo non è folklore: è lingua viva, piena di espressioni, modi di dire, ritmo comico. È un dialetto che taglia come una battuta di spirito, che racconta la verità con ironia.

Il film è celebre per le sue battute entrate nel lessico quotidiano (“la supercazzola ippica” di Pomata, “galoppini infami”, “c’ho er sistema infallibile”), che attingono a piene mani dal dialetto romanesco, non come semplice colore, ma come veicolo di ritmo e comicità.

La comicità romanesca ha sempre fatto da filtro al dolore e alla precarietà. Nei sonetti di Belli, ad esempio, si ride del degrado e dell’ingiustizia sociale; ma è una risata che non nasconde la tragedia, anzi, la esorcizza. Lo stesso avviene in Febbre da cavallo: si ride dei debiti, dei fallimenti, delle truffe fallite, ma c’è sotto una verità amara.

Il proverbiale cinismo romano è qui declinato in forma brillante: i protagonisti non credono in nulla, né nella legge, né nel lavoro, né nell’amore. Si affidano alla fortuna, all’improvvisazione, alla “botta de culo”. È un’esistenza fondata sull’arte dell’arrangiarsi, che ha radici antiche nella cultura urbana capitolina.

Da Belli a Proietti: la lunga risata di Roma

La comicità romanesca nasce con i sonetti satirici di Giuseppe Gioachino Belli, continua con Ettore Petrolini e le sue maschere teatrali, passa per Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Alberto Sordi, e arriva a Gigi Proietti, che incarna Roma come pochi altri.

mandrake indossatore

Febbre da cavallo è l’anello mancante tra il teatro popolare e la commedia all’italiana: prende i personaggi eterni della tradizione (il fanfarone, il truffatore, il buono sciocco) e li mette nella Roma degli anni ’70, fatta di ippodromi, bar, debiti e sogni piccoli.

Febbre del sociale?

Sotto l’apparente leggerezza della commedia, “Febbre da cavallo” offre un affresco amaramente realistico di una società in crisi. Il vizio del gioco diventa metafora di un’Italia che rincorre l’illusione del colpo di fortuna per sfuggire a un’esistenza priva di prospettive.

Il film racconta il sottoproletariato urbano romano degli anni ’70, popolato da personaggi che vivono ai margini della legalità, senza alcuna fiducia nelle istituzioni o nel lavoro come mezzo di riscatto. In questo senso, la commedia si fa strumento di critica sociale: dietro le risate si nasconde una profonda malinconia.

Il gioco diventa rito, fuga, religione laica. I protagonisti frequentano l’ippodromo come un tempio, affidano la loro vita al caso, e sono incapaci di qualsiasi maturazione affettiva o economica. È la fotografia di un’Italia maschile immatura e regressiva, schiacciata dalla propria inadeguatezza.

Perché ancora oggi ci fa ridere?

Perché i personaggi siamo noi: pieni di speranze assurde, incapaci di cambiare, ma sempre pronti a riderci sopra. E perché Febbre da cavallo ci mostra Roma non come un luogo turistico, ma come una città vera, vissuta, contraddittoria, dove si ride per non piangere.

cavallo all'ippodromo di Capannelle

Febbre da cavallo non è solo un film comico: è un ritratto eterno della romanità. Dietro ogni battuta c’è la storia di un popolo che, da secoli, trasforma la sconfitta in farsa, la miseria in barzelletta, e la realtà in teatro.

Chi ride con Mandrake e Pomata, in fondo, ride anche di sé. E quella, a Roma, è la risata più vera che ci sia.

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