THAILANDIA ROSSO VALPOLLICELLA

THAILANDIA ROSSO VALPOLLICELLA

Ernesto, zoppo dalla nascita, aveva deciso di partire per la Thailandia non per turismo, ma perché sentiva che il mondo, da qualche parte, custodiva un lago che lo stava aspettando. Non sapeva come né perché, ma ogni notte lo sognava: un lago immobile, lattiginoso come un occhio cieco, su cui galleggiava una bicicletta graziella scorticata dalla ruggine e una damigiana di Valpolicella che pulsava come un organo vivo, con vene traslucide che sembravano respirare.

Il viaggio fu convulso: autobus infestati di polli, traghetti che odoravano di benzina e frutta marcia, strade sterrate dove i bambini ridevano senza motivo e lo indicavano con dita sporche. Più avanzava, più la sua zoppia sembrava contagiare il paesaggio: i pali della luce inclinati, le case pendenti, persino le ombre piegate come lui.

Giunto finalmente a un villaggio sperduto, vide il lago. Non blu, non verde, ma bianco come latte rappreso, e tremolante come un respiro febbrile. Sulla riva, proprio come nel sogno, la graziella. Le ruote giravano da sole, cigolando, e al posto del sellino c’era un enorme teschio d’uccello. La damigiana, enorme e gonfia, ribolliva: dal vetro scuro emergevano volti deformi, che sembravano implorare aria e subito svanivano in un gorgoglio.

Ernesto, attratto come un sonnambulo, si avvicinò. La bicicletta entrò nel lago pedalando da sola, e l’acqua si colorò di rosso sangue. La damigiana vi rotolò dentro e si spaccò con un tonfo assordante come pianto di neonato, liberando un fiume di vino che fece schizzare fuori dal lago pesci ciechi con bocche spalancate, pronti a mordere il vuoto.

Il cielo allora si squarciò: grappoli d’uva giganti caddero dall’alto come meteoriti, schiantandosi sulla riva e spruzzando mosto appiccicoso che odorava di festa e decomposizione. Una folla di monaci in tunica arancione apparve sulla riva opposta: i loro volti erano maschere di vetro piene di vino rosso, e dalle bocche colme uscivano bolle di un brillante colore rubino.

Ernesto rise, un riso spezzato, mentre si gettava nell’acqua colorata. Scoprì che la sua gamba zoppa non esisteva più: al suo posto aveva una vite, un tralcio vivo, che affondava nel lago e si nutriva. Mentre il mondo intorno si dissolveva in una fermentazione cosmica, una voce gorgogliante, forse della graziella o della damigiana, sussurrò dentro la sua testa:
“Non sei tu che viaggi. È il vino che ti sogna.”

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